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		2008-08-30T15:13:08Z
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		<title>
			Terra Preta
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		<published>
			2008-08-26
			
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		<updated>
			2008-08-30T15:13:08Z
		</updated>
		
		
				
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			Macerato d&#039; Ortica
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		<published>
			2008-08-01
			
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			2008-08-01T18:19:26Z
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		<title>
			Compost
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Compost" />
		

		<id>@wiki::45/</id>
		<published>
			2008-04-11
			
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		<updated>
			2008-04-24T20:26:30Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			
  Realizzazione del
compost
 
Per avere un buon
compost, bisogna ricordarsi che sono gli organismi del suolo a produrlo. Essi,
per vivere, hanno bisogno di tre parametri:

nutrienti equilibrati
composti da un misto di
materie carboniose (brune-dure-secche) e di materie azotate
(verdi-molli-umide)
umidità che proviene dalle materie azotate
(umide) ed eventualmente dall'acqua piovana o apportata manualmente
aria che si infiltra attraverso la porosità
prodotta dalla presenza delle sostanze carboniose strutturanti
(dure)

 
 
Cumulo
all'inizio del processo di compostaggio
I residui organici
compostabili sono:

rifiuti azotati: scarti vegetali, di
giardino (tagli di siepi, erba del prato...), foglie verdi, rifiuti domestici
(frazione umida), limitando i residui di origine animale e mischiandoli bene a
quelli di origine vegetale. È così possibile diminuire del 30-40 % la quantita
di spazzatura; inoltre molti comuni italiani prevedono una riduzione della
tassa sui rifiuti per coloro che dimostrano di praticare il
compostaggio;
rifiuti carboniosi: rami derivanti dalla
potatura (meglio se sminuzzati con un biotrituratore, altrimenti risulteranno
poco aggredibili da parte dei microrganismi), foglie secche, paglia (si terrà
da parte accuratamente queste materie e le si mischierà man mano ai rifiuti
azotati che si produrranno di giorno in giorno);
fondi di caffè, filtri di tè, gusci di
uova, gusci di noci;
lettiere biodegradabili di animali
erbivori;
carta, evitando quella stampata (anche
se oggigiorno i giornali non contengono più sostanze tossiche) e, soprattutto,
quella patinata.
pezzi di cartone (fungono anche da
rifugio ai lombrichi);
pezzi di tessuti 100% naturali (lana,
cotone), ecc.

2 o 3 volte all'anno
bisognerà rigirare il materiale per riattivare il processo di
compostaggio.
È anche possibile
utilizzate il metodo ancestrale della buca nel terreno nella quale interrare
gli scarti. Si hanno però molte perdite di azoto che percola nel suolo per
lisciviazione.
È fondamentale mantenere
il giusto grado d'umidità del materiale, altrimenti il processo sarà rallentato
se è troppo secco o troppo umido, inoltre in quest'ultimo caso avverranno
putrefazioni indesiderate (processo anaerobico). Per asciugare un cumulo troppo
umido si attua un rivoltamento del materiale, per inumidirlo si versa
dell'acqua (con la canna da giardino o con un innaffiatoio). Il tempo di
maturazione del compost è variabile a seconda delle condizioni climatiche e del
tipo di prodotto che si vuole ottenere.
Un compost di qualità
mediocre non può essere facilmente utilizzato. Può provocare sgradevoli odori
ed essere causa di sovracosti importanti. È dunque indispensabile che il
processo di compostaggio sia bene rispettato e seguito.
Dove scaricare un buon
manuale sul compostaggio domestico:
http://files.meetup.com/206790/Corso_Compostaggio_domestico.pdf
tratto da:  http://it.ekopedia.org/Pagina_principale
 


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		<title>
			Macerato d&#039;ortica
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		<id>@wiki::44/</id>
		<published>
			2008-03-31
			
		</published>
		<updated>
			2008-04-24T20:26:00Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			'''Il macerato d'ortica''' trova vastissimo impiego nell'agricoltura biologica; si ottiene a partire dalle foglie delle comuni ortiche ([[Urtica dioica]] e [[Urtica urens]]). 
Per prepararlo si utilizza la pianta intera (senza radici) ; il periodo migliore per la raccolta va dall'inizio dell'estate fino ad agosto, primo della formazione dei semi; tuttavia, se occorre macerato di ortica si possono raccogliere le piante ogniqualvolta sia necessario. In alternativa, è possibile raccogliere le piante di ortica nel periodo più favorevole e farle essiccare per poi utilizzarle al momento del bisogno, in quanto non vi è sensibile differenza nell'efficacia del macerato ottenuto da piante fresche o da piante essiccate, anche se il periodo migliore quanto a ricchezza di elementi nutritivi, è maggio. 
Il macerato d'ortica è ricco di calcio, potassio e azoto, rapidamente disponibili per le piante cui viene somministrato. In base ai dati sperimentali sappiamo che il macerato d'ortica, oltre a stimolare la crescita della pianta e lo sviluppo delle radici, favorisce anche la respirazione. 

'''Dosi''': un chilogrammo di pianta fresca (o 200 g di pianta essiccata) per ogni litro d'acqua, fredda e possibilmente piovana oppure acqua di fonte. 
Preparazione: il contenitore destinato a contenere le ortiche e l'acqua deve essere preferibilmente di terracotta, di ceramica o di legno, mentre sono da sconsigliare i contenitori metallici. 
Il recipiente non deve essere chiuso ermeticamente per permettere il ricambio d'aria. 
Bisogna rimescolare il liquido una volta al giorno: facendo questa operazione si sprigiona un intenso odore, che può essere ridotto unendo al preparato una manciata di litotamnio o di polvere di roccia prima di ogni rimescolata. Per facilitare la successiva operazione di filtraggio, è possibile porre il materiale vegetale da macerare in un sacco di iuta, che verrà immerso nel contenitore dell'acqua.
 
'''Somministrazione''': il macerato si somministra di solito con un erogatore a pompa. Si filtra dal recipiente dove è avvenuta la macerazione per evitare di intasare gli ugelli dello spruzzatore e quindi si distribuisce sulle piante o sul terreno ove necessario. 
Macerato di 12 ore: si utilizza concentrato, spruzzato sulle foglie, per combattere gli afidi, in particolare all'inizio dell'attacco. 
Macerato di 4 giorni: si utilizza diluito in acqua nella proporzione di 1:50, oppure con aggiunta di decotto di equiseto nel rapporto di 1:1,5 per combattere afidi e ragnetto rosso. 
Macerato maturo di 15 giorni: si diluisce in ragione di una parte per 10 parti di acqua e si irrora il terreno in vicinanza delle piante per stimolarne la crescita. 

Lo si può spargere anche sul cumulo del composto per accelerare la decomposizione. Aggiungendo una parte di macerato per 10 di acqua all'acqua utilizzata per innaffiare e aggiungendo polvere di roccia oppure polvere d'ossa o di corna o ancora letame ben stagionato, si ottiene un ottimo fertilizzante. Con la stessa diluizione si possono effettuare vaporizzazioni sulle foglie per favorire la formazione di clorofilla: attenzione però a non esagerare dal momento che potrebbero verificarsi bruciature sulle foglie.

Il macerato di ortica non diluito, distribuito direttamente sul cumulo, è utile per accelerare la maturazione del compost, mentre irrorato sul terreno tiene lontano le formiche. Diluito con acqua nel rapporto 1:20 risulta efficace per rinforzare e accelerare la crescita delle giovani piantine. Alla stessa diluizione, distribuito per tre giorni consecutivi, a intervalli di due settimane, è utile contro le crittogame (marciumi vari, bolla del pesco, peronospora, ticchiolatura), numerosi insetti (tignole, mosca delle ciliegie, sitona dei piselli) ed acari (ragnetto rosso). Il macerato può essere utilizzato anche per bagnare le radici delle piantine prima della loro messa a dimora o per disinfettare le sementi. Alla diluizione di 1:10 il macerato è un efficace rimedio per recuperare le piante avvizzite tramite il bagno delle radici effettuato immergendo il vaso nella soluzione. 

'''Un particolare preparato''' a base di ortica è il &quot;macerato in fermentazione&quot; ottenuto con una macerazione incompleta di sole 12-24 ore. Si utilizza diluito con acqua nel rapporto di 1:50 contro afidi, cocciniglie e acari effettuando tre trattamenti distanziati di tre giorni. Il macerato di ortica non deve mai essere impiegato sui cavoli e su tutte le altre crucifere, poiché il suo intenso odore attira la cavolaia, sugli ortaggi e sulla frutta destinata alla conservazione in particolare zucche e mele; mentre i trattamenti effettuati sul pomodoro e sul cetriolo debbono essere limitati esclusivamente al terreno per evitare l'insorgere di infezioni.     
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		<title>
			Spontanee commestibili
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Spontanee%20commestibili" />
		

		<id>@wiki::43/</id>
		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			
Tre database sulle erbe e piante spontanee commestibili, i primi due in
italiano e il terzo in inglese
http://www.esculenta.org/index.htm
http://www.assms.it/index_piantecomm.htm
http://www.pfaf.org/index.html
 

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		<entry>
		<title>
			Officinali
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Officinali" />
		

		<id>@wiki::42/</id>
		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			
Database completo e affidabile sulle erbe e piante officinali
http://www.infoerbe.it/
 

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		<title>
			Murray Bookchin
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Murray%20Bookchin" />
		

		<id>@wiki::41/</id>
		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
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		<summary>
			'''Murray Bookchin''' (New York, 14 gennaio 1921 - Burlington, Vermont 30 luglio 2006), pensatore e militante libertario statunitense, è stato tra i fondatori della [[Ecologia Sociale|Ecologia Sociale]], una sintesi di pensiero ecologista e socialismo libertario. È autore di diversi testi di politica, filosofia, storia, e urbanistica, oltre che di ecologia.
Nato a New York nel 1921, figlio di Nathan e Rose (Kaluskaya) Bookchin, emigrati russi (la nonna materna era una rivoluzionaria populista), ha fatto l'operaio metalmeccanico, il sindacalista, lo scrittore, il docente universitario.
Avvicinatosi nella prima gioventù all'ideologia marxista, entrò a far parte delle organizzazioni giovanili del Partito comunista degli Stati uniti. Espulso giovanissimo dal Partito comunista, negli anni trenta si allontanò dal comunismo staliniano, per approdare a una visione anarchista e libertaria negli anni cinquanta. Fu tra i protagonisti del grande sciopero della General Motors del 1946.
L'intera sua opera puo' essere considerata una progressiva 'assunzione, sussunzione e superamento' (secondo le sue stesse parole) dei contenuti di diverse correnti ideologiche radicali del ventsimo secolo, del marxismo come dell'anarchismo, della Scuola di Francoforte come dell'urbanesimo utopistico di Lewis Mumford e dell'ecologismo.
Nel 1952, Bookchin pubblica - sotto lo pseudonimo di Lewis Herber per sfuggire alla persecuzione del maccartismo - un articolo dal titolo 'The Problems of Chemicals in Food'. Nel [[1964 pubblica il libro Our Synthetic Environment (&quot;Il nostro ambiente sintetico&quot;), che precede di qualche mese il ben più noto Primavera silenziosa di Rachel Carson, in cui vengono denunciati gli effetti della chimica di sintesi ed in particolare dei pesticidi sulla salute dell'uomo.
Negli anni Sessanta pubblica Listen Marxist!, rivolto ai movimenti politici radicali di quegli anni, in cui sostiene un &quot;anarchismo della post scarsità&quot;. Secondo Bookchin &quot;il problema non è quello di abbandonare il marxismo o di cancellarlo... In uno stadio più avanzato di sviluppo del capitale rispetto a quello con cui Marx aveva a che fare un secolo fa, in una fase più avanzata di sviluppo tecnologico rispetto a quanto lo stesso Marx potesse aver previsto, è necessaria una nuova critica, che porti a nuove forme di lotta, di organizzazione, di propaganda, di stili di vita&quot;.
Nel 1971 Bookchin fonda con altri studiosi l' Istituto per l'Ecologia Sociale a Plainfield, Vermont, centro ancora attivo in nel campo della teoria sociale, dell'eco-filosofia e delle tecnologei alternative. In questo periodo Bookchin si definisce &quot;un ecologista sociale e un municipalista libertario&quot;.
Nel 1982 pubblica la prima sintesi della sua riflessione e del suo impegno politico, Ecologia della libertà: &quot;Il dominio dell'uomo sulla natura è originariamente causato dal dominio reale dell'uomo sull'uomo. La soluzione a lungo termine della crisi ecologica dipenderà da una trasformazione fondamentale di come organizziamo la società, una nuova politica basata sulla democrazia face-to-face, su assemblee di vicinato e sulla dissoluzione delle gerarchie&quot;.
Bookchin sotolinea con forza nella sua analisi la distinzione tra l'approccio dell'&quot;ecologia sociale&quot;, finalizzata ad un nuovo rapporto tra società e natura a partire dalla radicale trasformazione dei rapporti sociali, e l'&quot;ambientalismo&quot; come tentativo di intervenire sugli impatti più devastanti dell'capitalismo: &quot;Parlare di limiti dello sviluppo nel mercato capitalistico - scriveva nel 1990 in Remaking society, rivolgendosi agli analisti del Club di Roma e ad autori come Lester Brown o Jeremy Rifkin - è privo di significato; è come parlare di porre limiti alla guerra in una società guerriera.... Il capitalismo non può essere più &quot;convinto&quot; a porre dei limiti al proprio sviluppo di quanto un essere umano possa essere &quot;convinto&quot; a smettere di respirare&quot;.
La sua proposta 'comunalista', il tentativo di 'andare oltre le tendenze [dei movimenti radicali] del secolo passato', a restare il contributo di maggiore originalità per i movimenti ecologisti e della sinistra radicale contemporanei. Tale proposta è articolata con chiarezza nel libro From Urbanization to Cities (1987, pubblicato in origine con il titolo The Rise of Urbanization and the Decline of Citizenship): &quot;L'immediato obiettivo dell'agenda del municipalismo libertario è di riaprire la sfera pubblica in opposizione ad ogni statalismo, di permettere il massimo di democrazia nel senso letterale del termine, di creare istituti che in forma embrionale possano dare potenza alla gente&quot;; &quot;Non vi può essere politica senza comunità. E per comunità intendo una libera associazione di cittadini su base municipale, rinforzata nella propria autonoma capacità economica dai propri organismi di base e il sostegno confederativo di altre comunità, organizzate in reti territoriali&quot;.
Oltre agli scritti propriamente politici, Bookchin ha elaborato una posizione filosofica che ha denominato &quot;naturalismo dialettico&quot;, a partire dalla dialettica di Hegel.
Il suo ultimo testo pubblicato è stato The Third Revolution, una storia in quattro volumi delle correnti libertarie nei movimenti rivoluzioniari in Europa ed in America. Murray Bookchin è morto il 30 luglio 2006 nella sua casa di Burlington, Vermont (USA) all'età di 85 anni.

'''Opere di Murray Bookchin'''
 
Scarcity Anarchism (1971) , ed. it. Post-scarcity anarchism, La Salamandra, Milano 1979.    
The Limits of the City (1973), ed. it. I limiti della città, Feltrinelli, Milano 1975.
The Spanish Anarchists: The Heroic Years (1977 e 1998).
Toward an Ecological Society (1980) 
]The Ecology of Freedom: The Emergence and Dissolution of Hierarchy (1982 and 2005).
The Modern Crisis (1986) 
The Rise of Urbanization and the Decline of Citizenship (1987 and 1992)
L'ecologia della libertà, Eleuthera, Milano 1988 (terza edizione)
Per una società ecologica, Eleuthera, Milano 1989;
The Philosophy of Social Ecology: Essays on Dialectical Naturalism (1990 e 1996) Montreal: Black Rose Books, ed. it. Filosofia dell'ecologia sociale, Ila Palma, Palermo 1993.
Democrazia diretta, Eleuthera, Milano 1993.
To Remember Spain (1994) 
The Third Revolution. Popular Movements in the Revolutionary Era (1996-2003) London and New York: Continuum. (4 Volumes)
Social Anarchism or Lifestyle Anarchism: An Unbridgeable Chasm (1997) 
The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism (1997) Montreal: Black Rose Books. Anarchism, Marxism and the Future of the Left. Interviews and Essays, 1993-1998 (1999) Edinburgh and San Francisco: A.K. Press.
 
Estratto da &quot;http://it.wikipedia.org/wiki/Murray_Bookchin&quot;
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		<title>
			Bibliografia
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Bibliografia" />
		

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		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
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		<summary>
			
 

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SNYDER GARY, L’isola della tartaruga,
Stampa Alternativa, Viterbo 2004.
SNYDER GARY, Back on the
Fire: Essays, Shoemaker and Hoard, 2007
STANLEY DIAM0ND, In Search of the Primitive. A
Critique of Civilization, Transaction Books, New Brunswick, New Jersey
1974.
THOREAU HENRY D., Walden. Ovvero la vita
nei boschi, Rizzoli, Milano 1988.
THOREAU HENRY D., Camminare, Oscar
Mondadori, Milano
Tzu LA0, Tao Te Ching, Adelphi Edizioni,
Milano 1973.
 
 
 
 
 
 


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		<title>
			Rete Bioregionale Italiana
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Rete%20Bioregionale%20Italiana" />
		

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		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			
La
Rete è ispirata
dall'idea di Bioregione, aree omogenee definite dall'interconnessione dei
sistemi naturali e dalle comunità viventi che la abitano. Una Bioregione è un
insieme di relazioni in cui gli umani sono chiamati a vivere e agire come parte
delle comunità naturali che ne definiscono la vita. La Bioregione è un luogo
geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie
vegetali ed animali,di clima,oltre che per la cultura umana che da tempo
immemorabile si è sviluppata in armonia con tutto questo. Per
[[Bioregionalismo]] si intende la volontà di ri-diventare nativi del proprio
luogo, della propria Bioregione considerandola non più come un’entità da
sfruttare, ma piuttosto come un insieme di esseri ed elementi viventi, piante,
animali, monti, terra, acqua, di cui l’uomo ne è una parte. Possiamo fare tutte
le scoperte possibili, usare la tecnica, la scienza, possiamo andare sulla luna
e comunicare via satellite, ma alla base della nostra sopravvivenza
fisica,psichica e spirituale vi sono questi alberi,queste erbe,questi
animali,queste acque,questo suolo del luogo dove viviamo. L'evoluzione sociale
e tecnologica è ecologicamente compatibile solo su &quot;piccola scala&quot;, localmente,
e se ancorata ad una visione olistica del sapere. L'idea bioregionale consiste
essenzialmente nel riprendere il proprio ruolo all'interno della più ampia
comunità di viventi e nell'agire come parte e non a-parte di essa, correggendo
i comportamenti indotti dall'affermarsi di un sistema economico e politico
globale, che si è posto al di fuori delle leggi della natura e sta
devastando,ad un tempo, la natura stessa e l'essere umano. Il
[[Bioregionalismo]] si rifà ai principi ecocentrici, riconoscendo che
l'equilibrio ecologico esige una profonda trasformazione nella percezione che
abbiamo come esseri umani riguardo al nostro ruolo nell'ecosistema
planetario... Questa consapevolezza non è qualcosa di completamente nuovo, ma
affonda le sue radici negli antichi saperi popolari (nativi americani,aborigeni
australiani, ecc..) e nelle grandi tradizioni spirituali occidentali ed
orientali.
ATTIVITA' DELLA
RETE BIOREGIONALE ITALIANA
Pubblicazioni
-inerenti al bioregionalismo e le mappe locali/bioregionali
Contatti: la rete
vuole servire da dialogo fra i propri membri,inviando resoconti, annunci di
eventi ed informazioni sul movimento in generale. Su richiesta è possibile
fornire l'elenco di gruppi e persone della bioregione di appartenenza,per
facilitarne i contatti,formare nuovi gruppi,proporre iniziative.
Incontri: verranno
organizzati incontri o raduni - quando spirito,disponibilità economiche e tempo
lo renderanno possibile - aperti a tutti i membri e simpatizzanti.
Documentazione: la
sede della rete è la stessa del Centro di Documentazione Bioregionale dove è
possibile consultare un'ampia selezione di  testi e pubblicazioni bioregionali,
italiane ed estere.Centro di
Documentazione Bioregionale  Italiano c/o Giuseppe Moretti str. Digagnola, 24 -
46027 Portiolo (Mn) Bioregione Bacino Fluviale del Po. tel
0376/611265 
PUBBLICAZIONI
DELLA RETE BIOREGIONALE ITALIANA
&quot;Lato Selvatico Newsletter &quot;che esce due volte all'anno (agli
equinozi) . Abbonamento 10 euro, una copia 5 euro. versamento sul c/c p.
56537624 intestato a Giuseppe Moretti, via Digagnola 24 46027
Portiolo-Mn &quot;I Quaderni di
Vita Bioregionale&quot; (a cadenza
solstiziale) - nuova pubblicazione - . Abbonamento sostenitore di 10 euro
all'anno (2 numeri). Versamento di euro 10 sul ccp 56537624 intestato a
Giuseppe Moretti, Via Digagnola 24, 46027 Portiolo Mn.
 

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		<title>
			Ecologia Profonda
		</title>
		<link href="http://avambardo.atwiki.com/page/Ecologia%20Profonda" />
		

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		<published>
			2008-03-16
			
		</published>
		<updated>
			2008-03-17T05:23:51Z
		</updated>
		
		
				
		<summary>
			
 
 
L’ECOLOGIA
PROFONDA
 
Premesse

L’idea più corrente che viene
evocata quando si parla di azione “ecologista”  è che
questa consista essenzialmente nel vigilare affinchè il “naturale progresso
dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente,
che è considerato bello e quindi “da salvare”. La componente di pensiero sopra
accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica e la sua massima
diffusione è certamente utile.
Tutto questo non è sufficiente, perché il problema
ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di
fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. E’ un problema
filosofico, molto più che un problema pratico o tecnico. Se non si modifica
profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori,
effetti di spostamento nel tempo di problemi insolubili.

Perché si cambi una visione
del mondo, cioè una cultura, si richiedono di solito tempi dell’ordine di un
paio di secoli.
   La nostra civiltà attuale è di
per sé una cultura non-ecologica; inoltre:
-  
si considera una meta agognata da tutte le
civiltà tradizionali, vede i propri pregiudizi come frutto della natura umana e
la propria scala di valori come un punto d’arrivo per tutta
l’umanità;
-  
distrugge le altre culture fagocitandole e
imponendo le proprie concezioni di fondo, cioè assimilando a sé ogni varietà
culturale;
è in sostanza il processo che sta divorando la Terra:
solo la sua fine può risolvere il dramma ecologico. 

Comunque cercherò di
evidenziare i guai dell’Occidente solo perché è la cultura dominante e per
mettere in luce molte idee di cui non si parla solo perché sono considerate
ovvie. Ma non intendo dimostrare che è una cultura “peggiore” delle altre: è
una cultura come le tante altre apparse sulla Terra.
 
      Anche se le schematizzazioni
sono sempre riduttive, al solo scopo di intendersi più facilmente, adotterò la
distinzione del filosofo norvegese Arne Naess, dividendo il pensiero ecologista
in due categorie:
 
- l’ecologia di superficie, che ha per scopo la
diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali senza
intaccare la visione del mondo della cultura occidentale;
 
- l’ecologia profonda, in cui vengono modificate
radicalmente le concezioni filosofiche dominanti dell’Occidente: in questa
forma di pensiero si dà un’importanza metafisica alla Natura, superando il
concetto restrittivo e fuorviante di “ambiente dell’uomo”.

 
     Una delle obiezioni che viene
mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: è bene
evidenziare ancora che le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si
svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e
radicali.
            Non è possibile pensare
di salvare il mondo dalla catastrofe ecologica senza analizzare il concetto di
sviluppo e senza ricordare che questo concetto è il prodotto di una sola
cultura umana in un determinato momento della sua storia.
 
 L’ecologia di
superficie

Secondo questa ecologia, in
cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta
pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un
Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità
possa viverci meglio. In sostanza non si intaccano mai le concezioni globali
dell’Occidente, il paradigma dominante resta lo stesso. Sia l’ecologia nata
dalla problematica dei “limiti dello sviluppo”, sia quella che cerca di tenere
“bello” l’ambiente e abitabile la Terra lo fanno soprattutto per il benessere
dell’uomo, la cui posizione centrale e particolare non viene minimamente
scossa.

Anche l’idea di conservare la
Terra in buono stato per le generazioni future attribuisce valore alla Natura
soltanto in funzione della nostra specie: l’antropocentrismo non viene messo in
discussione.

 
            Il tipo di pensiero qui
accennato si è diffuso all’inizio degli anni Settanta con la pubblicazione del
famoso rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”, titolo in cui è già
evidente l’impostazione dello studio: lo sviluppo va arrestato lentamente,
perché ha dei limiti fisici, oggettivi. Quindi non possiamo fare a meno di
fermarlo: occorre frenare per l’uomo, anche se con grande
dispiacere.
            Non si intacca alcun
principio dell’Occidente, anzi il mondo è considerato un sistema meccanico
straordinariamente complesso: la concezione meccanicista non è minimamente
messa in dubbio.
            Il rapporto del Club di
Roma ebbe sostanzialmente tre grossi pregi:
- di introdurre il problema con un linguaggio
scientifico-matematico, che viene di solito abbastanza accettato dagli ambienti
ufficiali, anche se soltanto come metodo;
-  di evidenziare l’idea di
crescita esponenziale, cioè invitare alla meditazione su cosa significano i
fenomeni che hanno un simile andamento nel tempo;
- di richiamare l’attenzione sulla gravità del problema
demografico: se non si arresta l’attuale esplosione della popolazione mondiale,
ogni altro provvedimento diventa inutile; oggi l’umanità aumenta di un milione
di individui ogni quattro giorni.
            A questo proposito à
bene ricordare che l’area del mondo più sovrappopolata -anche se non cresce
quasi più - è l’Europa, con alte densità e con impatto altissimo, dato
l’insostenibile livello di consumo pro-capite dei suoi
abitanti.
           
     Una delle politiche
dell’ecologia di superficie è quella di tenere isolate alcune aree naturali del
Pianeta salvandole dall’invadenza del cosiddetto progresso. Tale pratica, pur
non intaccando i fondamenti che causano il dramma ecologico e lasciando a volte
il sospetto che fuori da queste aree sia consentito ogni sfruttamento, è
comunque da sostenere in ogni modo. Infatti è uno dei modi concreti in tempi
brevi per salvare specie ed ecosistemi altrimenti destinati all’estinzione:
essi potranno riprendersi nelle aree adatte del Pianeta quando sarà cambiato il
paradigma corrente.
     Spesso la finalità
pubblicizzata per i Parchi è piuttosto antropocentrica, cioè essi verrebbero
creati per il “godimento dell’uomo”, ma questo è l’unico modo - date le
premesse della cultura dominante - perché tali Parchi possano essere
accettati.
 
            Se portiamo il problema
in termini giuridici, nell’ecologia di superficie la natura va protetta perché
è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si
tratta di proprietà, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si
può e si deve utilizzare o godere da parte di qualcuno o di tutti. L’uomo è
sempre al centro, è il riferimento di tutto, vivente o non
vivente.
            Gli ecosistemi, gli
animali, le piante hanno valore solo in funzione umana: l’animale o
l’ecosistema sono evidentemente considerati “non coscienti” o “non senzienti”.
Non si capisce proprio come venga stabilito il confine, o quale sia la
caratteristica che fa attribuire la qualifica di “soggetto morale” o “soggetto
di diritto”. Se fosse qualunque forma di “intelletto” o di facoltà
intelligente, non si capirebbe proprio come vengano assegnati diritti ben
precisi (come soggetti) a un pugno di cellule o ai menomati o cerebrolesi
gravi, o a persone in coma.          

L’etica religiosa
dell’Occidente ha riservato scarsa attenzione ai non-umani, escludendoli da
ogni considerazione morale e relegandoli, in quanto privi di anima, nella sfera
dei mezzi al servizio dell’uomo. L’ascesa della filosofia dello scientismo
tecnologico, che degrada tutto a oggetto, ha ulteriormente peggiorato
l’atteggiamento collettivo.

Oggi comunque sappiamo
dall’etologia che almeno gli animali provano piacere e dolore e hanno interessi
preferenziali: insomma non esistono differenze rilevanti fra umani e altri
animali. Anche gli studi di neurobiologia non rivelano differenze qualitative
fra le strutture umane e quelle di altri animali. Quindi non ci sono ragioni
plausibili per escluderli da considerazioni etiche.

 
            Ogni movimento
ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra
nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie
dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito
il “progresso”. Queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia”
o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere
diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.
            Il fatto di ritenere
che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista
(materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni
ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una
parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio,
dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli
unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli
stessi.
            Entrambe le posizioni
si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento
René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio, oltre che all’idea
esasperata di dominio dell’uomo sulla Natura, propria del filosofo inglese
Bacone, tanto per fare solo qualche esempio.
            Nell’immaginario
dell’Occidente, l’Universo è un’enorme, complicatissima Macchina smontabile,
con l’optional del Grande Ingegnere.
            Quasi tutti i movimenti
ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua
concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così
non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico
minore.
            Questa posizione
assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle
cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo):
questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo,
tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione
equilibrata e il suo sviluppo. In sostanza, tutto può continuare come prima,
installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per
il mondo.
           
            Dall’ecologia di
superficie viene anche l’illusione dello “sviluppo sostenibile”, locuzione che
ha in sè una contraddizione di termini.
            Invece l’unica
conclusione evidente ma che non viene detta perché è intollerabile alla civiltà
occidentale è che lo sviluppo non è sostenibile, è un fenomeno impossibile
sulla Terra, è incompatibile con il sistema biologico
globale.
            Cullarsi nell’illusione
che stiamo per scoprire la via dello sviluppo sostenibile può essere
pericoloso. E’ invece perfettamente lecito parlare di “modello sostenibile”,
intendendosi come tale un sistema che si mantiene in situazione stazionaria,
cioè senza alcuna crescita materiale permanente.
 
L’ecologia profonda
            Nell’impostazione di
pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente
privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del
Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e
unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un
processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno
dei rami dell’albero della Vita.
            Il mondo naturale non è
“patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla
nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che
appartiene alla Natura e non viceversa.
            In questo quadro l’idea
occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso
delirio di grandezza.
            Mentre nell’ecologia di
superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e
future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né
proprietaria di alcunchè. Anche l’idea di “progresso” sottintende una
determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono
condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella
Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è
statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano
necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il
peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare
modello e non hanno alcun significato universale.
            Nell’ecologia profonda
non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” la situazione
stazionaria e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e
delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in
equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
            Di conseguenza i
concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti
l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso
- le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un
funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione stazionaria e vitale
dell’ecosistema.

Con queste premesse la
cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo
stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio
di merito basato su una scala di valori particolare. In sostanza nell’ecologia
profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla
percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della
Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande
equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di
Mente.

 
            Nell’ecologia profonda
non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che il
dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al
seguito della tumultuosa espansione di questo modello.
            Il problema non è
soltanto pratico, ma soprattutto culturale. Infatti, solo come esempio, le
scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note
nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il
processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto
recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero
cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non
poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le
motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione
ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la
cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati
di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava
certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione
che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
            Invece il fondamento
ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico
Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso
la Natura. Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto
l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica
di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita
della civiltà industriale.
            Tutta la nostra cultura
“ottocentesca” di oggi è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la
natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre
filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale
apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. L’idea
di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea
di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella
concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si
tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente
insostenibile.
           
            Gli studi di un’etica
non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda
gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi
anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
            Fra questi possiamo
certamente ricordare Aldo Leopold che, nel suo A Sand County Almanac affermava
che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza
della comunità biotica nel suo complesso. Una cosa è sbagliata quando manifesta
la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la
Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
            Se sentiamo usare per
elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non
dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si
tratti di accostamenti arditi.
            “Lo spirito
dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate, ma
rispecchiano l’anima del mondo, che era ben riconosciuta da quelle culture
umane che dedicavano gran parte del tempo al magico e al
sacro.
            Inoltre, per confronto
con le concezioni dell’ecologia di superficie, ricordiamo che rispettare il
naturale non-umano solo nella misura in cui è simile a noi è una concezione ben
misera del rispetto, che dovrebbe invece fondarsi su una filosofia che
riconosca i diritti dei non-umani in quanto entità che ne sono
degne.
 
Conclusioni

L’ecologia profonda - come
filosofia di vita - non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o
da qualche movimento di minoranza di oggi: da tremila anni in India, e da tempi
ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che
hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi
nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi
testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine,
ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si
imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima
nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”.
 
Dal libro di Fritjof Capra Il punto di svolta (Ed.
Feltrinelli, 1984):
La nuova visione della realtà è una
visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate
della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più
profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una
distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre
l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione
più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’”uomo”, il movimento
dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti
profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema
planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e
religiosa.
                                                                                                         
(Riassunto dal libro: Guido Dalla Casa - ECOLOGIA
PROFONDA - (pubblicato nel 1996)
PANGEA Edizioni – Via Drovetti 37 – 10138
TORINO
Tel. 348-8227790   e-mail: fr.sgroi@tiscalinet.it   
sgroi.franco@libero.it  
ISBN 88-86964-08-0
e-mail di Guido Dalla Casa:   guido1936@interfree.it


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