@WikiNewPageEditViewToolsHelp
Create New Page Create New Page from Copy
Create your new wiki
Edit this page Copy from this page Rename
Attach (Upload) File
Edit Menu
Newest Change History Referer Trackback
Page List Tag Cloud RSS1.0 RSS2.0
Search
@Wiki Guide
FAQ/about @wiki FAQ/about Editting FAQ/about Register
Update Infomation Release Plan

Prospettive bioregionali

Le direttive post-ambientaliste del Bioregionalismo

 

di Peter Berg, ( testo di una conferenza tenuta all’Università del Montana, Aprile 2001) –

 

 traduzione: Silvia Cervigni e Nicola

 

 

 

L’argomento principale di cui mi accingo a parlare è la biosfera, quella sottile patina che circonda il nostro pianeta. Un rivestimento finissimo, come la nostra pelle. La domanda che mi pongo è: in che modo noi biosferiamo? Suona come un verbo, non è vero? Questa è un’idea interessante per due ragioni. La prima è che tutti stiamo uscendo dall’era industriale che ha avuto inizio nel XVII secolo e dura fino ai giorni nostri. Ci troviamo quindi all’inizio della società tardo-industriale o post-industriale. La seconda nasce dal fatto che la biosfera, intesa come il “pianeta blu” che si vede dallo spazio, è un’idea relativamente recente. Non è esattamente lo stesso concetto dell’antica Madre Terra. Per esempio la rappresentazione della terra di un indiano Hopi o Navajo avrebbe certamente origine dal deserto del sud-ovest. Le pitture Navajo sono fatte sulla sabbia, non su un terreno paludoso e fangoso. È una visione cosmologica ma locale della Madre Terra. Il concetto di pianeta-biosfera è qualcosa di diverso.

 

Questo è un possibile inizio per fare delle ulteriori considerazioni, che entrano in gioco nel momento in cui iniziamo a riflettere sul fatto che tutti quanti condividiamo il pianeta terra. Innanzitutto siamo una specie animale. L’Homo Sapiens è un mammifero. Siamo animali. Le altre forme di vita con le quali coabitiamo il pianeta sono simili a noi in molti aspetti. Ci siamo evoluti nella biosfera, non siamo stati catapultati giù da un veicolo spaziale per colonizzare la Terra. Siamo interdipendenti con tutte le altre forme di vita e le altre forze presenti sulla Terra, che includono ogni essere, anche le pulci o gli scorpioni.    Come si può comprendere tutto ciò? Effettivamente non è facilmente comprensibile. Non è esattamente la stessa cosa che sapere cosa mettono in onda sul quarto canale. Prendiamo in considerazione per esempio il ciclo dell’azoto. Sappiamo che il ciclo dell’azoto è attivo nella biosfera, sappiamo pure che noi partecipiamo al ciclo dell’azoto, che è uno dei fenomeni gassosi più importanti nella biosfera, però non conosciamo esattamente il modo in cui interagisce con noi in questa stanza, proprio ora. Dobbiamo fidarci. Non possiamo sapere esattamente ciò che succede con il cibo che ingeriamo e dove va a finire tutto ciò che mangiamo; o quello che accade con tutti gli elementi che entrano ed escono da noi. L’essenza precisa della nostra interdipendenza totale con i sistemi naturali rimarrà in larga parte un mistero. Un’altra caratteristica dell’abitare nella biosfera è che bisogna essere in qualche luogo. Questo concetto, a volte, è stato portato avanti da persone impegnate in lotte ambientaliste.

 

 L’ambientalismo è stata un’attività che è andata di pari passo all’avanzare della società industriale, che è necessariamente dislocata in alcuni luoghi. Ognuno di noi si trova in ogni momento in un luogo della biosfera,  in una bioregione. Possiamo notare come, soltanto negli ultimi dieci anni,  le più importanti organizzazioni ambientaliste abbiano iniziato ad inserire nei loro programma la nozione di regione biogeografica. Il Sierra Club, una delle organizzazioni ambientaliste più conservatrici, è stato indotto dai suoi membri ad iniziare un programma ecoregionale. Si sta quindi sviluppando ed accettando sempre di più l’idea che tutti viviamo in qualche luogo, e che se salviamo i nostri luoghi forse possiamo salvare l’intero pianeta. Voglio raccontarvi un paio di storie, prese da un contesto urbano, che indicano in che modo le bioregioni possano rappresentare una strada verso la comprensione e l’interazione rispettosa con la biosfera. Zeke Shiek viveva ad Altadena, in California. Ho saputo di Zeke leggendo un articolo di giornale che raccontava dell’arresto di un uomo ad Altadena, accusato di tre reati civili: incendio doloso, violazione delle leggi locali, commercio senza licenza. Questo era ciò che aveva fatto Zeke. Aveva costruito un cumulo di composto organico  che superava i sette metri, sul retro della sua casa. E funzionava così bene che è andato a fuoco. Sulla parte superiore è attecchito l’incendio e c’è stato bisogno dei vigili del fuoco per spegnerlo. Questa è l’accusa di incendio doloso. Quella invece di commercio senza licenza riguarda il fatto che vendeva il composto ai suoi vicini a un prezzo bassissimo, che serviva soltanto per coprire le spese di trasporto. Distribuiva barili di composto quasi gratis. Ha violato inoltre le leggi locali perché aveva dei polli nel giardino. Aveva semplicemente deciso di mangiare le sue uova. Altadena è una città un po’ suburbana, così è stato bloccato con le accuse e trattato come un criminale. Avrebbe dovuto essere nominato ministro dello sviluppo sostenibile di Altadena, invece di venire incriminato per le cose che ha fatto, non credete? A San Francisco ultimamente vi sono delle esplosioni di piume proprio sotto le finestre degli uffici. Le segretarie e gli impiegati vedono fuori dalla finestra un getto continuo di piume. Devono credere di trovarsi nel bel mezzo di un fenomeno soprannaturale. In realtà è il risultato delle picchiate che fanno i falchi pellegrini, dalla sommità degli edifici, per cacciare i piccioni. Uno di questi palazzi ha un nome veramente poetico: Edificio di Vita per il Mutuo Beneficio. Questi uccelli portano le prede sui tetti, e alla fine della giornata ritornano nel luogo dove sono soliti appollaiarsi, sotto il ponte tra San Francisco e Berkeley. I falchi non solo si sono adattati all’ambiente urbano, ma lavorano anche come pendolari! Potrei davvero dilungarmi molto su questi nativi uccelli da caccia, poiché m’ispirano così tanto. Ci stanno offrendo un servizio che simbolizza ciò che noi possiamo essere. Anche noi siamo animali. E siamo selvatici nel cuore. I nostri sogni sono selvaggi. Il nostro sistema sanguigno è selvaggio. Non dovremmo coltivare soltanto quei comportamenti e quegli atteggiamenti che sono adatti per avere a che fare con le macchine, avendone in cambio dolori di schiena o di collo dovuti alla guida o al computer. Siamo animali umani. I falchi ci mostrano il modo in cui possiamo essere selvaggi in un ambiente urbano e allo stesso tempo anche altamente eleganti. Non selvaggi nel senso di pazzi, ma selvatici come i nostri predecessori che fecero delle bellissime pitture rupestri, migliaia di anni fa, nel sud della Francia. Credo che ci siano due direttive che il post-ambientalismo dovrebbe seguire in futuro. La prima è lo sviluppo urbano sostenibile.

 

Per molte persone le grandi città sono semplicemente brutte. New York e Los Angeles non sono ambienti a loro graditi. Anche a me in linea generale non piacciono le città con più di centomila abitanti, e vi sono alcune città che hanno meno di cinquantamila persone e producono ancora arte e musica. La cattiva notizia è che le nostre grandi città possono essere degli ambienti terribili, e la notizia necessaria da sapere è che stanno diventando l’habitat dominante per la nostra specie. La nostra popolazione sta aumentando a una velocità estremamente rapida e tra pochi anni più del 50% di tutto l’homo sapiens presente sul pianeta vivrà in città con venticinquemila abitanti o più. Il World Watch Institute ha calcolato che ciò dovrebbe succedere intorno al 2010, ma potrebbe accadere prima. Vi sono alcune città sovraffollate in modo ridicolo. Quasi la metà della popolazione del Messico vive a Città del Messico. La Cina sta progettando di costruire cento nuove città da un milione di abitanti o più nei prossimi anni. Vogliono far spostare la maggior parte della popolazione rurale della Cina, per farli diventare abitanti urbani. Le città al giorno d’oggi non sono luoghi sostenibili. Storicamente non si sono mai sviluppate in modo sostenibile e non lo fanno nemmeno oggi. Sono straordinari esempi di grandi città in rovina. La valle del Tigri e dell’Eufrate, che presumibilmente è stata la culla della civiltà umana, è capace oggi come oggi di alimentare solo le capre. È  stata completamente disboscata, i fiumi sono stati deviati e il terreno è andato in rovina. Alcune città ormai distrutte rimangono ancora belle. Ci si chiede in che modo la gente possa abbandonare luoghi come Machu Pichu o Ankor Wat. Sono come dei pezzi di pregiata scultura. La ragione sta nel fatto che i loro abitanti hanno distrutto i capisaldi regionali necessari alla sussistenza e alle basilari esigenze umane. L’unica cosa che fa andare avanti le nostre metropoli è che esse possono ancora sfruttare la regione in cui si trovano o altre regioni per il loro continuo fabbisogno. Per esempio, Los Angeles prende l’acqua dal fiume Colorado e dal nord della California, il gas liquido naturale dall’Indonesia, una larga parte della sua forza lavoro viene dal Messico. La sua energia elettrica proviene dal carbone, il quale giunge dalla Four Corners area del Sudovest. È completamente dipendente, come un paziente di ospedale. Los Angeles vive perché riceve continue trasfusioni da altri luoghi. Se non cerchiamo di trasformare queste città, perpetriamo una sorta di suicidio alla nostra specie. Voglio che mi rispondiate alle seguenti domande, come se viveste a New York. Da dove viene l’acqua? Uno di Manhattan potrebbe dire: “Viene dal rubinetto, stupido!”. Da dove viene l’energia? “Si accende dal muro”. E il cibo? “Lo sanno tutti che viene dal supermercato”. E la spazzatura? “Ho pensato alla spazzatura. La spazzatura va fuori. C’è un universo parallelo chiamato fuori”. E i rifiuti organici dei bagni? “Questo è un vero miracolo di civiltà.

 

 Scompaiono. Totalmente!”. Questa è una visione suicida delle risorse basilari che sono essenziali per le nostre vite. La trasformazione delle città è forse la sfida più grande che una persona possa intraprendere. Più grande è la città e più grande è la sfida. Come potrebbe ottenere New York la sua energia, il suo cibo e la sua acqua in modo sostenibile? In che modo potrebbe trattare la spazzatura e le acque reflue ecologicamente? Questi sono problemi veramente formidabili. Uno sviluppo urbano ecologico e sostenibile è un enorme proposito di trasformazione e io incoraggio ognuno di voi a pensare al modo in cui ciò potrebbe essere realizzato. Vi potete chiedere in dettaglio cosa si intende per “urbano” e cosa per “sostenibile”, ma armonizzare le città con le regioni in cui si trovano e con la biosfera planetaria è innegabilmente un problema più importante per il nostro tempo e per la nostra specie. L’altra direttiva del post-ambientalismo è il ripristino di habitat ed ecosistemi. Ho partecipato a un memoriale su David Brower. La generazione più vecchia dei conservatori era lì a rendergli tributo. Alcune delle esperienze descritte di contatto con la natura erano emozionanti e belle, e anche molto differenti da ciò che anima la gente oggi. Erano escursionisti, scalatori, montanari appartenenti al Sierra Club. Queste non sono attività dannose, tutt’altro, ma sono diverse da quello che ora noi chiamiamo la spirito selvaggio o selvatico.

 

Ci stiamo avvicinando a una diversa considerazione del mondo naturale. Francamente non ce n’è rimasto molto. Avete visto il libro della Foundation Deep Ecology intitolato “Taglio netto”? Per favore dategli uno sguardo. È la visione più brutale e onesta della distruzione della foreste che voi potete immaginare. È anche una visione che ognuno di noi può avere semplicemente prendendo un aereo che va da San Francisco a Seattle, come ho fatto io stamattina. Sorvolerete molti tagli netti fotografati in questo libro. In inverno sono particolarmente visibili come piazze squadrate coperte di neve che si distinguono dagli alberi verdi non tagliati intorno a loro. In Nord America è rimasto ben poco delle antiche foreste primarie. Ora stiamo anche esaurendo l’acqua. L’acqua naturale sta scomparendo velocemente. Nell’ovest dell’America il più importante quesito ecologico sta diventando: da dove prenderemo l’acqua sufficiente? Stiamo inquinando l’acqua, deviando l’acqua e consumando l’acqua in modo eccessivo che presto non basteranno le riserve disponibili. La mancanza di acqua potabile può essere in futuro il fattore più limitante per la qualità e il numero di vite umane ovunque sul pianeta. L’ambientalismo non ha veramente puntato il dito sulla questione: “siamo una specie animale che divide la biosfera in un modo interdipendente con le altre specie e dovremmo avere uno scopo a lungo raggio per farlo in modo armonioso.” Le direttive precedenti dell’ambientalismo erano soprattutto per far cessare l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, per proteggere la salute dell’uomo, e per rallentare la distruzione della natura. Tutto ciò viene direttamente dalla prospettiva mentale di una società industriale che circonda la natura. Adesso la natura circonda la società industriale.

 

Ci troviamo nella biosfera, non nel parcheggio di una fabbrica di Boeing. Non siamo in un ambiente creato dall’uomo, siamo animali nella selvaggia biosfera. Le città devono avere più fiducia in se stesse. Comunità di tipo suburbano come Altadena, in California, hanno bisogno di promuovere una presenza pubblica o governativa che si occupi dello sviluppo sostenibile e di ripristinare gli ecosistemi presenti in quell’area. Come li aiutiamo? Come ripristiniamo i sistemi naturali che sono stati distrutti? Prima di tutto, dobbiamo iniziare a vedere questi luoghi abitati dagli uomini come facenti parte di bioregioni. Che cos’è una bioregione? Quest’idea non viene solo dalle scienze naturali. Il bioregionalismo è un’idea culturale. È un tentativo di rispondere alle domande: chi sono? Che cosa sono? E che cosa faccio al proposito? È un modo di vedere il luogo in cui si vive in termini di inserimento nelle caratteristiche naturali. Come introduzione a questo modo di pensare, lasciate che vi mostri una cartina del continente australiano che contiene qualche caratteristica fisica. Indica le zone umide in verde e le zone secche in marrone, aree di deserto e di vegetazione. Rispondete a questa domanda: dove vive l’85% della popolazione australiana? Se rispondete nelle zone verdi, avete ottenuto in un istante la qualifica di esperto bioregionale! Vivono lì perché il terriccio superficiale arriva in media fino ai cinque centimetri, e quasi tutto si trova nelle aree relativamente piccole dove vi sono piogge abbondanti e crescita vegetativa. Anche le città più grandi si trovano qui. La gente è condizionata dai fenomeni bioregionali. Poi vi voglio mostrare una cartina fisica dell’America dell’Ovest, che ci offre due tipi di informazione. Non solo le aree umide e quelle secche, ma anche i confini politici dell’area. Inizio dai confini politici perché è una situazione davvero sfortunata. Qui troviamo il più lungo e dritto tracciato del pianeta. Si estende dai Grandi Laghi fino all’oceano Pacifico. Guardate questa fotografia della parte di tale linea che corre lungo le Cascade Mountains, al confine tra U.S.A. e Canada. Non è soltanto una linea sulla cartina, è un tracciato vero e proprio sul suolo, che viene privato dell’erba e della vegetazione per un certo spazio da entrambe le parti. Si noti la linea di neve sul confine che corre parallela a un’area selvaggia, e da una parte e dall’altra vi è lo stesso identico sistema naturale. Non c’è giustificazione per fare ciò, a meno che non si pensi che Madre Terra dimenticherà chi la possiede e allora c’è bisogno di marchiarla a fuoco.

 

Qui si vedono altri tracciati dritti negli Stati Uniti: il Montana ha quasi tutti i confini squadrati, il Wyoming è una spiazzo quadrato, quando invece è uno dei luoghi più verticali e meno lineari di tutto il pianeta In termini più naturali, è interessante vedere su questa cartina come le tempeste arrivino dalla faglia del Pacifico sulla costa, le Cascade e le montagne della Sierra Nevada. Quell’area è verde che vuol dire umida, e dopo ve n’è una marrone, secca, sull’altro lato del Nevada fino al Grande Bacino. Dopo ridiventa verde nel punto in cui le Montagne Rocciose sono più umide. Possiamo quindi vedere come vi siano differenti fenomeni naturali in larga scala qui nell’Ovest degli Stati Uniti. Vi voglio mostrare un’immagine che rappresenta una bioregione separata dentro a questa larga area. Lo stato della California è stato rattoppato artificialmente con differenti luoghi di vita naturale, ma questa è una cartina bioregionale del Nord California. Mostra San Francisco ma non l’area intorno a Los Angeles perché questa è una bioregione diversa. Metà della cartina è oceano, perché è da lì che vengono la maggior parte degli agenti atmosferici. Quella è l’origine della nebbia di San Francisco, che arriva tutto l’anno dal mare aperto, dalla Corrente della California, alla temperatura di circa 10 gradi. Il clima è umido d’inverno, secco d’estate, o mediterraneo. Piove in inverno e non piove mai d’estate. La bioregione è una ciotola montagnosa formata dalla Sierra Nevada, dalla zona costiera, dalle catene montane Klamath-Siskiyous, e dai monti Tehachipes. È un bacino idrico incredibilmente grande. Al centro, due grandi fiumi: il Sacramento e il San Joaquin. In termini di vegetazione, la specie ‘totem’ di questa bioregione è la sequoia (sequoia sempivirens). Non cresce da nessun’altra parte del mondo. Gli abeti di Douglas sono distribuiti nelle montagne da entrambi i lati della ciotola, le querce sono abbondanti a valle. Per dare un’idea della grande diversità di vegetazione, vi sono tante specie di querce nel Nord California di quante specie di alberi vi sono in Alaska. La bioregione è stata chiamata Shasta, dal monte Shasta all’estremità nord della Central Valley. Queste sono le principali caratteristiche di una bioregione: bacino idrico, conformazione della terra, piante e animali autoctoni, suoli, clima, e una relazione umana adatta a vivere in tale luogo. Per confermarvi il fatto che la cartina della Bioregione Shasta non è una visione singola e isolata della realtà, ecco un’immagine del bacino idrico del Po in Italia, che ha dei gruppi molto attivi riuniti sotto il nome di Rete Bioregionale Italiana. A un estremità vi è la città di Milano, vicino alle Alpi, e Venezia si trova dall’altro capo, vicino al Delta del Po nel mare Adriatico.

 

 Il nome bioregionale dato a quest’area è “Bacino Fluviale del Fiume Po”. La cartina è stata realizzata con la forma di una foglia di quercia perché la vegetazione climax dell’area è costituita da boschi di querce. Quindi l’idea di bioregione è basata su caratteristiche naturali e scientifiche, ma è anche una visione culturale seguita sia in Nord America che in Europa. Vi sono attivi gruppi bioregionalisti anche in Sud America, Australia e Giappone. Il bioregionalismo sta diventando un movimento popolare perché in linea generale segue l’idea che la gente che vive in un luogo ha l’obbligo di vivere in armonia con i sistemi naturali ivi presenti. La chiamiamo ri-abitazione, diventare abitanti di nuovo. Quali sono le cose che fanno questi gruppi? In realtà sono molto diverse. Possono essere un gruppo di suore cattoliche che vive in una fattoria nel New Jersey. O tre persone che sedute resistono al disboscamento nel Nord California. Potrebbe essere un gruppo di agricoltori delle Great Plains che vuole trovare un modo per fermare la distruzione del suolo e dell’acqua in quell’area, cercando il cibo e le risorse materiali dalle piante autoctone, piuttosto che dalle attuali monocolture di cereali come frumento, granoturco, soia. Ci sono attualmente diversi gruppi che si stanno attivando, incluso il Land Institute che ha una prospettiva praticamente bioregionale. C’è anche un’organizzazione chiamata Consiglio del Bacino Fluviale del Kansas, o KAW. Vi è un gruppo nelle Ozarks chiamato Congresso dell’Area Comunitaria delle Ozarks, o OACC da oak (quercia), l’albero principale lì. Ci sono diversi gruppi bioregionalisti in Messico. Il più importante, secondo me, si trova vicino alla città di Tepoztlan, nella regione Morelos, dove la gente del luogo ha resistito a un’invasione di una multinazionale che voleva costruire un campo da golf usando le loro risorse idriche. Hanno chiamato la loro resistenza “Guerra del golf”, e hanno avuto successo dopo cinque anni e una mezza dozzina di morti. Hanno accusato il governatore dello stato di corruzione, e il nuovo presidente del Messico gli ha restituito i diritti per l’acqua in forma legale, e così si spera che non avranno di nuovo questo problema.   Da una prospettiva bioregionale, l’acqua è una delle prime cose da considerare. In che modo possiamo vivere con le fonti d’acqua disponibili senza deviarle o distruggerle? L’agricoltura. Che tipo di agricoltura è importante in questo luogo-vita? La forma più appropriata di agricoltura in un contesto bioregionale è la “permacultura”. Ad esempio, non è possibile coltivare con mezzi naturali nella bioregione del Deserto di Sonora in Arizona ciò che invece si coltiva nella bioregione Cascadia nei pressi di Seattle.

 

L’agricoltura dovrebbe essere riconfigurata bioregionalmente. L’energia. Non possiamo continuare a pensare che il futuro dipenderà ancora dai combustibili fossili e dal nucleare. Dobbiamo sviluppare fonti d’energia rinnovabili. Da subito si possono cercare quelle più adatte bioregionalmente. Per esempio, a Cascadia l’uso di piccole centrali idroelettriche ha senso poiché vi è abbondanza di corsi d’acqua e di cascate. Ma sarebbe impensabile utilizzare centrali idroelettriche locali di piccole dimensioni nel Deserto di Sonora, dove c’è poca acqua. Questo è invece un buon posto per l’uso di energia solare diretta.Non possiamo pensare alla sostenibilità in modo sciovinista, all’insegna del determinismo economico. Dobbiamo pensarci in termini di realtà regionali, e creare per essa le basi in armonia con i sistemi naturali locali esistenti nel posto in cui si vive. Per quanto riguarda i confini delle bioregioni, non rappresentano delle rigide limitazioni. Non sono linee dritte come quelle della cartina che vi ho mostrato prima. Di solito sono morbide, e possono essere ampie fino a 80 km.

 

 In alcuni casi possono essere ripide come la sommità delle Cascade Mountains, da dove si può passare da una bioregione a un’altra, dal lato umido delle montagne alla parte secca. Ma nella maggior parte dei casi, il passaggio da una bioregione all’altra è graduale. Vivere in una bioregione è una pratica attiva, e credo che questo sia un punto importante che necessita una digressione. L’ambientalismo si concentrava sulla protesta, sua attività principale. Molte persone vedono l’ambientalismo come qualcuno che dice continuamente di no. La sostenibilità urbana, e il ripristino di habitat ed ecosistemi sono attività molto positive. La gente può guadagnare da vivere facendo queste cose. Sfortunatamente non sono ancora in molti, ma in futuro quando si spera che vi siano più sovvenzioni e più comunità locali di supporto, esisteranno molte più possibilità per la gente di sostenere se stesse in questo senso. Attualmente, per la maggior parte delle persone è soprattutto uno stile di vita. Molti dei bioregionalisti che conosco stanno seguendo un sentiero che porta verso la coscienza e l’identità bioregionale.

 

 Le implicazioni del bioregionalismo sono molteplici e numerose. Politicamente, i confini governativi devono seguire i profili dei bacini idrici. In termini di educazione, le scuole dovrebbero insegnare ai bambini le realtà bioregionali in cui vivono. Non è sorprendente che non s’insegni nulla di tutto ciò a scuola? Siamo arrivati a tal punto di distruzione ecologica e di consapevolezza ambientale, e non insegniamo ai bambini le caratteristiche bioregionali del luogo in cui abitano, o le loro relazioni con esso, o le attività che sono appropriate per vivere in uno specifico luogo? In termini di filosofia e letteratura le implicazioni sono ovvie. La pittura può avere facilmente a che fare con i fenomeni tipici del luogo in cui l’artista vive, lo stesso dicasi per la poesia. Gary Snyder è uno scrittore che sarà conosciuto in futuro per aver portato avanti una transizione nella letteratura nord-americana: dall’Europa al Pacifico, e verso luoghi di vita come la sua propria bioregione Shasta nel nord della California. La cultura può aprirsi alla natura selvaggia e da lì trarre ispirazione, invece di raccontare la civiltà industriale. Come si realizzano la sostenibilità urbana e il ripristino degli ecosistemi? Anche se ho scritto un libro intitolato “Un programma verde per la baia di San Francisco e l’area circostante”, sono rimasto deluso quando ho cercato di metterlo in pratica nel posto in cui vivo, e cioè San Francisco. Il nostro sindaco, l’anno scorso, nel Giorno della Terra (Earth Day) disse che era molto preoccupato per “l’effetto terra”! Avrebbe dovuto dire l’effetto serra, ma nessuno lo corresse e ciò dimostra che la sostenibilità urbana non ha la priorità politica nella nostra città. Infatti, rendere le città compatibili con le bioregioni è un compito arduo ovunque.

 

Ho lavorato in una città dell’Ecuador che ha sofferto due grandi catastrofi nel 1998. Ci fu El Niño, durante il quale piovve ogni giorno dell’anno, che causò parecchie alluvioni che spazzarono via interi quartieri della città, uccidendo 16 persone. L’altro disastro fu un terremoto del settimo grado della scala Richter. Il tipo di costruzioni che vi è lì ha fatto sì che nessun edificio con più di due piani sopravvivesse senza un serio danno. Le persone hanno dovuto ripristinare gli edifici e le infrastrutture, e hanno deciso di farlo diventando una città ecologica. È stata un’idea entusiasmante perché hanno pensato di preservare un po’ di natura selvaggia dei dintorni. Potrebbe anche incuriosire eco-turisti e portare qualche beneficio economico. Hanno chiesto a vari gruppi internazionali di aiutarli, e un’organizzazione giapponese per il ripristino delle mangrovie nominata ACTMANG mi ha aiutato ad andare lì. In pochissimo tempo mi sono sentito assolutamente coinvolto, perché questo è un luogo dove si possono fare sostenibilità urbana e ripristino ambientale allo stesso tempo. Lasciate che vi mostri la concezione bioregionale della città di Bahia de Caraquez, sulla costa dell’Ecuador. La “bahia” o baia fa parte dell’estuario del fiume Rio Chone, nel punto in cui si versa nell’Oceano Pacifico. I fianchi delle colline sono coperti di secca foresta neotropicale, una forma più rara rispetto alle foreste pluviali. La città ha inizio da una lingua di terra alla bocca del fiume e da lì si estende verso l’interno, comprendendo vari quartieri. Le sommità delle colline si sono staccate, durante il fenomeno di El Niño, e le intere colline sono crollate sulla città sotto forma di valanghe di fango. Il tragitto che ha percorso la frana andava dai 600 ai 1200 metri. Tutto ciò è accaduto in pochi istanti, e per questa ragione la gente è rimasta uccisa. Le caratteristiche bioregionali di questo luogo appaiono assolutamente chiare. C’è un’isola nel Rio Chone, visibile dalla città, dove vivono,  con una densità altissima, almeno sei specie di uccelli. È comune vedere lì diverse migliaia di uccelli in una sola volta. Questa poi è una foto di un ragazzo che si trova in barca e tiene stretto un pesce che ha appena catturato. La casa dietro di lui è stata costruita col bambù, tagliato a metà e montato piatto. Costruire una casa in questo modo non necessita di molti soldi. La canoa è stata ricavata da un albero, e non costa nulla. L’esca si può ottenere dai gamberetti. Il pesce può essere mangiato o venduto al mercato. Qui sono poche le persone che hanno molti soldi , e riescono almeno parzialmente a vivere con le risorse naturali, in modo parallelo all’economia del denaro.                                                

 

Questa è la piazza principale del mercato, dove il ragazzo potrebbe portare il pesce a vendere. Ci sono solo due macchine perché non sono il mezzo di trasporto dominante qui. Il più popolare modo per spostarsi è rappresentato dalla bicicletta, e per i carichi si usano tricicli che superano di numero i camion. Gli autisti di triciclo sono forti e molto fantasiosi. Danno l’impressione di poter caricare qualsiasi cosa su queste specie di tricicli. Ho visto lì su cinque persone, quindici litri d’acqua in barili, materiale da costruzione a sufficienza per fare una stanza, e perfino una bara, tutti in una volta. I fianchi spogli delle colline è ciò che le valanghe di fango si sono lasciate dietro. C’era una strada qui ma è stata spazzata via. C’è un uomo che si trova in mezzo alla spoglia collina e la cime è sopra la sua testa. Abbiamo visto tutto ciò come una possibilità per ripopolare con piante autoctone, che dovrebbero aiutare a prevenire ulteriori erosioni nel prossimo El Niño, e dovrebbero anche costituire un parco urbano e selvaggio. Sfortunatamente, questo genere di fenomeni sta diventando sempre più frequente a causa del cambiamento globale del clima. Ciò ha un valore particolare in Ecuador. Se la tua casa viene spazzata via e devi andare a vivere in un tugurio, anche solo temporaneamente, tutto ciò è più di un semplice inconveniente. Le zanzare sono ovunque nella stagione delle piogge. Circa la metà dei bambini che si trovano in rifugi temporanei ha la malaria.

 

 La fondazione Planet Drum ha deciso di creare una zona verde, nel punto in cui c’era stata una valanga, vicino al centro della città, a soli due isolati dal mercato. Se avremo successo, questa zona bloccherà l’erosione e ristabilirà i sistemi naturali rendendoli parte di una città ecologica. In sei mesi abbiamo ottenuto buoni risultati con un’erba che cresce fino a un metro e mezzo, qui chiamata paja macho, “erba tenace”. L’erba fa sì che la pioggia scivoli via invece di stagnare provocando le frane. Abbiamo anche piantato delle piante autoctone. Diventeranno alberi, le cui radici tratterranno il terreno, nel momento in cui dovesse inzupparsi d’acqua. Probabilmente un quarto delle specie arboree di una foresta neotropicale crescerà da un ramo tagliato che è stato semplicemente conficcato nel terreno. Potete vedere questo qui che era stato tagliato e ora i germogli delle foglie stanno iniziando a uscire. Quando ci trovavamo a metà cammino del progetto abbiamo deciso di rendere pubblico il linguaggio bioregionale attraverso dei cartelli: “L’area di fronte a voi, che si estende da qui al quartiere San Roque è stata ripopolata di vegetazione autoctona della bioregione dell’estuario del Rio Chone. Tali specie vegetali sono state piantate per prevenire future erosioni e per creare un corridoio selvaggio di secca foresta neotropicale.” In Nord America non abbiamo ancora nessun cartello di questo genere. Sono veramente orgoglioso che almeno ve ne siano in un altro posto. Vi sono altri progetti di ripristino degli ecosistemi a Bahia, e questa è una foto del ripopolamento delle mangrovie. I semi sono stati piantati nel fango fra due isole di mangrovie. Il desiderio è quello di  ripristinare le foreste di mangrovie sull’estuario, che erano state abbattute per creare degli allevamenti di gamberetti. In questi anni infatti, sono stati creati centinaia di allevamenti di gamberetti in questo modo, e molti dei gamberetti sono poi portati e venduti negli Stati Uniti. Il cartello nella piazza centrale del mercato dice “La gente di Bahia ricicla i rifiuti.” Si riferisce alla separazione dei rifiuti organici, che vengono poi utilizzati per produrre composto organico per i giardini. Un altro cartello su un edificio dice “arte papel”, e cioè arte con la carta. La realtà economica impone di riciclare la carta perché potrebbe essere ancora utile. In questo collettivo di donne, si crea con la carta buttata dagli uffici, e poi si decorano i manufatti con fiori e foglie e vengono venduti in una speciale cancelleria. La fondazione Planet Drum ha donato parte del suo spazio d’ufficio a una dozzina di donne che si stanno dedicando a tale progetto. Questo è un intraprendente autista di triciclo, decorato con un cartello per i visitatori, “Benvenuti a Bahia, la città ecologica”. Si riferiva anche al trasporto senza carburante fossile. Qui c’è la   parata del Club Ecologia, circa 150 bambini fra gli otto e i sedici anni. Stanno marciando per festeggiare il primo anniversario della proclamazione di Bahia, città ecologica. Bahia ha ancora gravi problemi sociali.

 

L’economia nazionale versa nel caos e le banche falliscono regolarmente, la disoccupazione è alta, le entrate sono poche e l’educazione è carente. Nel 1999 l’Ecuador ha subito una profonda trasformazione sociale, caratterizzata da una ribellione indigena. Molti paesi del Sud America hanno ampie fette di popolazione indigena. In Ecuador gli indios rappresentano il 40% della popolazione totale, ma raggiungono il 75-80% sulle montagne. Hanno rovesciato il governo e creato un’organizzazione extra-governativa, fra le tribù, che rappresenti le loro richieste sociali. Un mese dopo la caduta del governo, la gente iniziò a ribellarsi nell’area di Bahia, dove era stato costruito un centro temporaneo per le vittime delle frane e del terremoto, il quale ha provocato la rottura delle fognature e quindi la malaria. In questa foto stanno bruciando copertoni per bloccare la strada principale, protestando per la malaria e per il fatto che le strade erano rimaste impraticabili durante la stagione delle piogge. Sono riusciti effettivamente a fermare tutto il traffico finché il comune non ha inviato dei camion per riempire e tappare le pozze di malaria e per spianare le strade. È stato bellissimo per me lavorare a Bahia, perché la gente, ed anche il sindaco e il consiglio comunale, stanno cercando di costruire una città ecologica. I fattori più limitanti sono i soldi e le competenze. L’Ecuador è estremamente povero, la paga media di un contadino è di sei dollari al giorno. A dispetto degli ostacoli economici, il sistema fognario municipale è stato predisposto per la  trasformazione biologica, e non chimica, convogliando le acque reflue in terre umide che fungono da contenitore, dove possono essere piantate specie autoctone e dove si può creare un habitat per gli animali nativi. Il servizio di nettezza urbana e raccolta rifiuti si può trasformare in un’impresa per il riciclaggio. Abbiamo appena terminato un progetto nel quartiere più povero per separare la spazzatura, in modo tale da poter riutilizzare il materiale organico per il composto, che a sua volta fa crescere alberi da frutto nei giardini dietro casa. Nel gennaio 2002, porterò un esperto di energie rinnovabili per aiutarci a decidere quale forma di energia potrebbe essere la migliore da usare a lungo termine. Non avrebbe senso se ce ne uscissimo con cose elaborate che nessuno potrebbe permettersi o utilizzare, bisogna essere pratici e come sempre prenderemo spunto dalla popolazione locale. Quando mi domandano che cosa dovremmo fare per primo o che cosa credo sia più importante da fare, rispondo sempre l’educazione ecologica. Un’educazione ecologica e bioregionale.

 

Perché gli studenti di sedici anni ne avranno ventuno dopo cinque anni, e quella è l’età (soprattutto in Sud America) in cui molti sono già sposati con bambini e probabilmente hanno un sentiero lavorativo già predisposto. Quelle sono le persone che renderanno ecologica la città. Non è straodinario che l’idea di una piccola città ecologica sia venuta fuori nel mondo sottosviluppato, in Sud America? Questo modello prenderà certamente piede nel cosiddetto Terzo Mondo, la maggior parte dell’Asia, dell’Africa, parti dell’Europa e il Sud America. Dal momento che tanto lavoro per mettere insieme e organizzare è stato fatto lì, Bahia de Caraquez rappresenta una specie di istituzione educativa per visitatori e studenti che possono vedere come si può operare la trasformazione in città ecologica. Le implicazioni di questo tipo di lavoro a Bahia e in altri luoghi possono di fatto tornare utili anche al mondo sviluppato. A mo’ di preghiera per la vostra immaginazione, concludo con una poesia di Lew Welch.

 

Fai un passo nel Pianeta  Disegna un cerchio di cento passi. Dentro il cerchio ci sono 300 cose

 

Che nessuno comprende e, forse, nessuno ha mai viste. Quante riesci a trovarne?

 

Tratto da: “Lato Selvatico”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Selvawiki